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Siamo sopravvissuti.

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2 agosto 2012 di Alessandra Toni

Se ne è parlato molto ultimamente e spesso nei termini sbagliati.

Mi riferisco al meraviglioso articolo di David Remnick pubblicato sul New Yorker qualche giorno fa.

Il titolo è “We are alive: Bruce Springsteen at 62”.

Springsteen wants his audience to leave the arena, as he commands them, with “your back hurting, your voice sore, and your sexual organs stimulated.” Photograph by Julian Broad.

Photograph by Julian Broad

Certo, la lunghezza dell’articolo potrebbe impressionare, ma leggendolo potreste scoprire il perché di quel titolo e la ragione per cui sostengo quanto i quotidiani italiani ne abbiano semplificato il contenuto, addirittura inventando qualche dettaglio solo per incuriosire il pubblico.

“Bruce Springsteen dichiara: volevo suicidarmi”: sono le parole maggiormente battute da quotidiani cartacei e on-line, per far riferimento all’ìntervista sul New Yorker.

Niente di più errato.

“We are alive”, oltre ad essere il titolo di un bellissimo pezzo di Springsteen, è una dichiarazione di amore e fedeltà alla vita, dopo che quest’ultima ha mostrato il suo lato più ostile.

La speranza, la forza dei propri sogni, l’importanza di lottare sono tempi portanti di gran parte dei suoi testi e dopo che avrete letto l’articolo, potrete capirne la ragione.

Bruce Frederick Joseph Springsteen sa cosa significa “speranza”: s’è aggrappato ai suoi sogni e ha saputo lottare perchè potessero realizzarsi, nonostante ostacoli e disagi tuttora non del tutto risolti e legati al complesso rapporto con un padre assente.

T-Bone Burnett, dice Bruce, ha dichiarato che il rock ruota attorno alla parola “daddy: il rocker, quando si esibisce, vuole sempre dimostrare qualcosa a suo padre, vuole avere le sue attenzioni, vuole sentire il suo sguardo orgoglioso e compiaciuto.

L’immagine è straziante e ancora di più lo è una dichiarazione dello stesso Springsteen, poco più avanti nell’articolo, riguardo la durata dei suoi concerti.

Oggi tutti sono a conoscenza delle incredibili maratone che sta realizzando nell’ormai epico Wrecking Ball Tour (avendo raggiunto i 62 anni), ma anche negli anni 80 ha più volte sfiorato le 4 ore di concerto.

Allora, però, era guidato da qualcosa di diverso: era guidato da “pure fear, self-loathing and self-hatred”, ovvero dalla paura, dal disgusto e l’odio verso se stesso.

Suonava per ore ed ore non solo per entusiasmare il pubblico davanti a sè, ma per tenere a bada la vita vera , per restare più a lungo su un palcoscenico distante dalla realtà.

Il quadro che ne deriva è straziante, ma incredibilmente autentico, sincero.

Il rapporto con  il padre, depresso, spesso ubriaco e con il quale non rare sono state le violente liti, è una ferita che tuttora non s’è rimarginata, come lui stesso ha dichiarato.

Se poi a tutto questo si aggiunge una fama dirompente e improvvisa tra gli anni ’70 e ’80, donne che prima nemmeno osavano guardarti e che adesso cadono ai tuoi piedi, rapporti con persone che “ti baciano il didietro” tutto il giorno…i problemi,purtroppo, non tardarono ad arrivare.

Non è Springsteen a parlare di suicidio e in realtà nemmeno di suicidio si parla veramente.

E’ Dave Marsh, amico e biografo ufficiale, a ricordare il periodo nero di Springsteen, ad inizio anni ’80.

He was feeling suicidal”, questo è l’unico riferimento al “suicidio” contenuto nell’intero articolo di Remnick.

Nessun tentativo, nessun pensiero reale di farla finita.

Solo un estremo bisogno di certezze, di appigli in un mondo dorato che lo iniziava ad osannare, dopo averlo rigettato più volte gli anni prima.

Per non parlare dei problemi familiari: la paura che potesse diventare come suo padre, depresso e isolato dal mondo, lo rendeva ancora più vulnerabile e timoroso di un futuro fatto di solitudine.

Ciò che fa suscitare una maggiore ammirazione verso quello spaesato Bruce trentenne, è il suo non essere mai caduto in una trappola comune a molti suoi colleghi: la droga e l’autodistruzione fisica.

“Bruce Springsteen is a living example of what happens when you never do drugs”: ha dichiarato recentemente Stevie.

Eh sì, suonare, cantare, muoversi da una parte all’altra del palco, improvvisare balli e acrobazie sorprendenti…tutto questo per 4 ore senza alcuna interruzione, a 62 anni e spesso sfidando le peggiori intemperie…non è da tutti, no, non è proprio da tutti.

E il fatto di aver saputo lottare contro i propri fantasmi, di aver affrontato l’odio verso se stesso senza mai cadere in trappole artificiali e mortali, lo rende un caso forse unico nel panorama musicale mondiale di quegli anni.

Lo rende un esempio da seguire, di forza, lotta, impegno, volontà, sacrificio.

Nonostante tutto, tutti. 

Nonostante la presenza del rivale peggiore che tu possa incrociare lungo il tuo percorso: la tua ombra.

Ma se sei fatto di una corteccia dura, solida come la sua, forse il percorso si rivela più semplice.

Soprattutto, poi, se incontri il vero Amore, quello con il quale decidi di costruire una nuova famiglia, promettendo a te stesso di non commettere gli stessi errori fatti da tuo padre.

E lui ce l’ha fatta,anche in questo.

Non ha paura a dichiarare di trovarsi in analisi da ormai 30 anni, sostenendo il grande potere del “disprezzo verso se stessi”: “Non sottovalutatelo. Tu pensi: non mi piace niente di me, non mi piace niente di quello che sto facendo, ma sento il bisogno di cambiare me stesso, ho bisogno di trasformarmi. Non conosco nessun artista che non corre con questo carburante. Se sei pienamente soddisfatto di te stesso, non farai mai niente! Brando non avrebbe recitato. Bob Dylan non avrebbe scritto “Like a rolling stone”.

Come dargli torto?

E’ un articolo, questo di Remnick, che oltre a coinvolgere lo stesso Springsteen, dà voce a molti punti di riferimento per la sua vita e carriera, come la moglie Patti, il manager Landau che lo segue da anni e anni, Stevie e altri componenti della E street Band, il biografo Mash.

Tutti interpellati per capire chi è Bruce Springsteen “uomo”, sempre con grande tatto e sensibilità, mai alcuna morbosità…per seguire, passo passo, il percorso che lo ha portato ad essere “il più grande performer di tutti i tempi”, come è stato definito da più parti … da quando era piccolo e si fece comprare la prima chitarra dalla sua amata madre, fino al backstage del Wrecking ball tour.

E’ il primo tour senza l’amico di sempre, Clarence “Big man”, la cui presenza si fa sentire in questo articolo che lo ricorda più volte, soffermandosi anche sulle difficoltà incontrate dalla band al momento di decidere “Come continuare senza di lui?”

E’ Stevie a dare qui la risposta: dovevano reinventare loro stessi per continuare.

E così, come scrive Remnick, non è stato sostituito da un solo musicista, bensì da un’inedita sezione fiati di 5 persone. 

Al sax il nipote di Clarence, il bravissimo Jake: il passato legato al futuro che crea una meravigliosa continuità.

E’ proprio Jake a parlare degli show di Springsteen nei toni più entusiastici: un suo concerto, dice, unisce tantissime cose e potrebbe essere paragonata ad un’esperienza religiosa.

“Religion is a system of rules and order and expectations, and it unites people in a purpose. There really is a component of Bruce that is supernatural. Bruce is Moses! He led the people out of the land of disco!”

Chi è stato almeno ad un suo concerto, non può far altro che annuire mentre legge le parole rilasciate dal giovane Jake.

E’ così, è veramente così.

E quest’articolo permette di fare una visita nel backstage, di scoprire cosa accade durante le prove, vedere come la scrupolosità, la devozione al lavoro e al pubblico siano capaci di creare uno show che ad oggi non ha eguali nel mondo.

In queste pagine scritte divinamente da Remnick c’è spazio anche per le risate, con curiosità e aneddoti risalenti a qualche anno fa, come quello attorno alla nascita di “Dancing in the Dark” e dell’intero album “Born in the Usa”, e anche più recenti, come quello che conclude lo stesso articolo (il giornalista, mentre assiste all’entrata in scena di Bruce e della band, nota un cartello con su scritto “Barcelona”: questo serve a ricordare a Bruce dove si trovino, dopo un piccolo inconveniente di qualche anno fa quando salutò il pubblico con un “Hello Ohio!”, mentre invece si trovavano in Michigan!)

Ne ricaviamo il ritratto di un uomo normale, che ama il suo lavoro e lo rispetta curandone ogni minimo particolare.

Un uomo che ha il coraggio di dichiarare la sua debolezza, ma che ha saputo accettarla e sfruttarla per diventare grande.

Un uomo che in ogni sua dichiarazione rivela una mente estremamente acuta, pensante e che spinge a riflettere lo stesso interlocutore.

Un uomo che non dimentica le sue radici, che non è estraneo dal mondo e dalle difficoltà della gente comune. 

Un uomo che vive la propria famiglia, che ama la moglie e i 3 figli, che assiste alle gare di cavallo della figlia femmina in giro per il mondo.

Un uomo, un musicista geniale, un performer instancabile, ironico, divertente.

Che vuole donarci un “life party”, come lui stesso ha detto.

Una festa di vita.

Perchè la musica può fare veramente tanto.

“Per un adulto, il mondo è costantemente intento a rinchiudersi in se stesso. Routine, responsabilità, decadenza delle istituzioni, corruzione: ecco su cosa il mondo si sta chiudendo. La musica, però, quando è veramente grande, permette alle persone di entrarvi dentro. Permette alla luce, all’aria, all’energia di entrarvi e manda a casa la gente con questo, manda me all’albergo con tutto questo. La gente può portare queste sensazioni dentro sè per tanto, tanto tempo”

Sì, ha ragione Springsteen: la musica ha il potere di farci sentire vivi, di farci urlare, di avvertire vibrazioni d’energia che percorrono il nostro intero corpo, tenendo sospese preoccupazioni e pensieri qualche metro sopra di noi. 
Come ha dichiarato a Remnick: “Sul palco voglio un’esperienza estrema. Voglio che il pubblico torni a casa dopo un concerto con le mani doloranti, i piedi doloranti, la schiena che fa male, la gola che brucia e gli organi sessuali stimolati!”

Perchè è anche questo che ci aiuta a ricordarci che noi tutti siamo dei “sopravvissuti”.
Loro lo sono: due componenti della band purtroppo non ci sono più e gli altri hanno subito molteplici interventi di ogni sorta (anche, mani, schiena, cuore, cervello).
Noi siamo dei sopravvissuti: al passato, ai dolori, a noi stessi.
Ognuno con la propria storia, il proprio percorso da portare avanti.

Ma la musica le unisce tutte, per qualche ora e ci rende un po’ più forti.
Ci ricorda che non dobbiamo accontentarci di essere solo dei sopravvissuti.
Ci ricorda che siamo vivi.
Perchè come lui stesso ha scritto in una delle sue canzoni: abbiamo fatto una promessa e giurato che l’avremmo mantenuta.
Nessuna ritirata.
Nessuna resa.
 
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2 thoughts on “Siamo sopravvissuti.

  1. SoloDinamo ha detto:

    ti leggo, tranquilla….sono contento che tu abbia proseguito il tour (Zurigo)…grande rocker e grande persona, il tuo fidanzato ti deve voler bene !;-)

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  2. Lisandra ha detto:

    Ciao!!! Come detto anche su twitter, grazie mille per i complimenti che mi hai fatto! :-)Eh sì, il mio fidanzato ci tiene veramente tanto a me…:-D Meno male che gli piace Bruce, altrimenti sarebbe stata un'estate di torture…e non è finita, visto che le voci sul 2013 sono diventate ormai certezza! Forza, stiamo pronti e cerchiamo di risparmiare qualche soldo…Bruce sta tornando!! 🙂

    Mi piace

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