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Violenza sulle donne: la comunicazione sociale non è un optional (parte 1)

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22 novembre 2013 di Alessandra Toni

“La violenza contro le donne è forse la più vergognosa violazione dei diritti umani e la più pervasiva. Non conosce confini geografici, culturali o di stato sociale. Finché continuerà, non potremo pretendere di realizzare un vero progresso verso l’eguaglianza, lo sviluppo e la pace”.

Queste le parole pronunciate nel 1999 da Kofi Annan, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite per sottolineare quanto la violenza di genere fosse una delle manifestazioni più brutali e incomprensibili del genere umano, una realtà trasversale che non conosce alcun tipo di distinzione.

Da allora il fenomeno della violenza sulle donne è tristemente diventato una presenza fissa su quotidiani e telegiornali, facendoci interrogare costantemente sui perché di queste angoscianti statistiche e su come poter intervenire.

Furono queste le domande che feci a me stessa tre anni fa, quando iniziai a riflettere su quale argomento volessi scrivere per la mia tesi.

Non ebbi dubbi a riguardo e volli andare fino in fondo: capire se il problema veniva affrontato in modo adeguato dai poteri pubblici italiani nelle proprie strategie di comunicazione sociale e confrontare la nostra situazione con quelle di due Paesi culturalmente vicini a noi. Spagna e Francia.

Inutile dirlo, ma da questo confronto l’Italia ne uscì sconfitta e a testa china.

E allora mi chiedo oggi, a distanza di 3 anni e a pochi giorni dal 25 novembre, Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne: le cose saranno cambiate?

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Ma procediamo per gradi e partiamo da una definizione di comunicazione sociale: usando le parole di Giovanna Gadotti

è il genere che si occupa di tematiche di interesse collettivo, promosse nell’interesse collettivo.

La comunicazione sociale, infatti, deve svolgere una funzione di educazione alla socialità, contribuire a rafforzare un’identità condivisa, sensibilizzare il pubblico su problematiche di interesse collettivo.

E’ importante, però, ricordare sempre che quando si parla di comunicazione sociale, non dobbiamo mai usare la parola “efficacia“: una campagna sociale può avere successo nel far emergere un problema, spingerci a riflettere e nel percepire la necessità di interventi pubblici adeguati, ma non contiene la formula magica per la sua soluzione.

La costante sfida della comunicazione sociale è guidare la collettività nel passaggio dall’informazione all’azione, abbattendo tutti gli ostacoli che si presentano lungo il percorso.

Nel caso specifico della violenza di genere, il fine è la prevenzione socioculturale e gli ostacoli consistono in stereotipi dalle origini lontane, ma dalla storia mai interrotta…

Uno stereotipo su tutti: gli uomini maltrattanti sono per lo più soggetti disagiati, emarginati sociali e provenienti da ambienti fortemente degradati.

Niente di più falso.

La cronaca ci ha insegnato, infatti, che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di soggetti insospettabili e stimati socialmente, con livello alto di istruzione e buona posizione professionale: è proprio questa reputazione di cui godono ad offrire loro un importante scudo difensivo dalle accuse.

Quanti stereotipi, poi, sul ruolo della donna dentro e fuori la famiglia, propri di una società patriarcale dove l’atto violento è un vero atto di sottomissione.

Un problema, inoltre, per troppo tempo sottovalutato dalle istituzioni è quello della violenza assistita, ovvero l’impatto che la violenza subita da una donna può esercitare sul proprio figlio testimone di maltrattamenti.

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Assistere ad episodi di violenza equivale ad essere maltrattati e provoca un danno emotivo irreparabile, come emerge chiaramente da statistiche ed esperienze cliniche: i bambini maschi testimoni di maltrattamenti apprendono il linguaggio della violenza dalla propria figura di riferimento maschile e saranno così maggiormente inclini a diventare maltrattanti in età adulta, mentre le bambine svilupperanno una visione distorta del rapporto uomo-donna, tenderanno ad autosvalutarsi e con alte probabilità, saranno anche loro donne maltrattate. Perché lo riterranno “normale”.

E’ qui che la comunicazione sociale deve intervenire.

Nell’educazione ai figli.

E’ vitale che venga trasmessa loro una corretta gestione delle relazioni di genere, abbattendo ogni pericoloso stereotipo culturale…perché i colpevoli della piaga della violenza sulle donne sono tutti i responsabili dell’educazione di un bambino, dalle madri ai media.

Tutti.

Si investe ancora troppo poco sulla prevenzione sociale e culturale, mentre si dovrebbe risalire ai modelli sbagliati e malati che alimentano violenza e dei quali c’è spesso troppa poca consapevolezza nelle giovani generazioni.

Non mi voglio qui soffermare sullo stato attuale della tutela giuridica della donna in Italia (che mostra imbarazzanti ritardi rispetto agli altri Paesi civili e democratici), ma voglio concentrarmi su come il Governo italiano (passando per tutte le sue legislature) abbia affrontato questa piaga sociale nelle sue attività di comunicazione.

Parlare di problematiche sociali non è affatto semplice: sono drammi di difficile soluzione, sui quali dover sensibilizzare un pubblico ormai assuefatto a messaggi di ogni genere.

Secondo gli studiosi Caprara e Fontanot, ogni campagna sociale dovrebbe porsi tre obiettivi, in realtà strettamente legati tra loro: impatto, originalità, emozione.

Una campagna deve quindi riuscire a distinguersi e farsi notare, adottando un approccio innovativo capace non solo di informare e rivolgersi alla nostra parte razionale, ma anche di parlare alle emozioni. Di smuovere l’anima.

Stop-alla-violenza-sulle-donne-un-dovere-di-tutti

Per riuscirci, devono essere scelti i temi, gli strumenti e i linguaggi più adeguati: il registro comunicativo è, ad esempio, uno degli aspetti fondamentali nel determinare la buona o cattiva riuscita di una campagna.

A tal proposito gli studiosi Gadotti e Bernocchi hanno individuato 8 possibili linguaggi da utilizzare in campo sociale:

1. sentimentale, patetico

2. drammatico, scioccante

3. accusatorio, di denuncia 

4. rassicurante, positivo 

5. umoristico, ironico 

6. paternalistico, responsabilizzante 

7. provocatorio, irriverente 

8. informativo, documentaristico

Molto importante, inoltre, trovare oggi il giusto compromesso tra i mezzi tradizionali e quelli più innovativi dell’era 2.0: come potrete vedere con i vostri occhi, se all’estero i Governi si mostrano ben consapevoli di essere nel 2013, adeguandovi così i propri strumenti, nel nostro Paese siamo rimasti ancora fermi al 2009.

Nel prossimo post avrete modo di osservare e confrontare varie campagne sociali: vi faranno riflettere, alcune vi colpiranno e su altre avrete perplessità, vi arrabbierete e proverete, forse, imbarazzo.

Capirete che, per chi dovrebbe tutelarci in questo Paese, il percorso verso la comprensione del problema è ancora molto lungo…ma noi avremo la sensazione di esserci già messi in cammino.

E di trovarci sulla strada giusta.

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2 thoughts on “Violenza sulle donne: la comunicazione sociale non è un optional (parte 1)

  1. […] anticipato nel mio precedente post (clicca qui), la domanda che animerà questo secondo articolo sull’argomento è: come funziona in Italia […]

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  2. […] messaggio che viene trasmesso attraverso storie e linguaggi diversi (proprio come accade nella comunicazione sociale), puntando sempre alla presa di coscienza e all’azione con l’immancabile, e più o […]

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